NON E’ PIU’ INFORMAZIONE. NON E’ PIU’ RICERCA. NON E’ PIU’ NOTIZIA. E’ SOLO VISUALIZZAZIONI A TUTTI I COSTI.
Ma in tutto questo, la deontologia professionale che fine ha fatto?
Si, sarò anche anacronistica, e dato la professione che svolgo da quasi 40 anni sarò anche una kamikaze e anche irriverente, dato che potrebbe sembrare che stia sputando nel piatto dove mangio e dove ho mangiato fin ora.
Ma in realtà è proprio il grande amore e la grande passione che ho da sempre per l’informazione, per la comunicazione, e per il marketing che ogni volta che ho modo di constatare che tutto gira inesorabilmente sulle regole (alla faccia delle regole!) del mondo digitale che ho la stessa sensazione che sicuramente ha Barbara Straisand ogni volta che sente cantare qualcuno che si avvale dell’autotune.
Sul finire degli anno 80, agli inizi della mia professione, anche solo per tentare di creare uno slogan, o un sottotitolo o come si chiamavano allora quanto i titoli erano sui quotidiani o riviste un “occhiello” ho avuto grandi maestri di comunicazione ho avuto la fortuna di avere sia maestri di comunicazione commerciale, sia nel settore del giornalismo.
Se volevo creare dei contenuti per una brochure e se volevo che quella brochure fosse invitante nella sua lettura, non ci si poteva esimere dal sapere qualsiasi regola di qualsiasi tipo di informazione.
L’informazione che spiegava e l’informazione che catturava (cioè quella commerciale, il marketing)
La prima doveva informare e quindi dava il contenuto della notizia. Il titolo e l’occhiello solitamente servivano a tale scopo.
La seconda doveva avere in un colpo solo la capacità di attirare ma allo stesso tempo dirti di cosa si stava parlando.
La comunicazione aziendale, il marketing, quello che davvero diventato la mia professione, cioè la comunicazione che le aziende hanno verso il loro mercato. In una parola “la pubblicità”
Con tutte le sue varianti e licenze poetiche rispetto alla comunicazione informativa, anche il marketing partiva dall’ABC del giornalismo:
Chi (ha fatto) Cosa e Quando (l’ha fatto)
Che nel marketing si traduce in:
(di) Cosa (ti sto proponendo) (a) a Chi (lo sto proponendo) e Dove (lo puoi trovare)
I due linguaggi assumono strade diverse: il primo deve attirare ma essere il più chiaro possibile mentre il secondo deve essere di impatto, deve far incuriosire e deve spingere all’acquisto.
Ma le regole sempre rimangono.
Poi arriva l’era digitale.
La vendita e l’utilizzo della carta stampata crollano, l’abitudine a leggere si trasforma in abitudine a scorrere.
Il marketing è globale.
L’utilizzo del web e dei social avvicina la comunicazione e i tempi di divulgazione di notizie commerciali e di cronaca sono ridotti pressoché a zero.
La notizia dell’arresto di un presunto assassino viene divulgata dalla stampa ancora prima che il presunto arrivi in carcere.
La sequenza di un incidente viene ripresa dai telefoni di chiunque si trovi sul posto e la notizia arriva ai familiari ancora prima che ad avvertirla siano le autorità.
Le testate giornalistiche, locali e nazionali capiscono subito che il nuovo orizzonte non è più l’edicola ma la rete. Il digitale.
E i vari motori di ricerca si attivano subito per supportare e dirigere le ricerche degli utenti nella rete.
Sembra tutto molto bello. In effetti lo era.
E per alcuni lati sembra davvero tutto molto brutto. Lo era anche questo.
Cercare in rete una notizia, trovarla, ed essere indirizzati su diverse fonti tra le quali scegliere. Non rimaneva altro che il piacere di leggerla.
Anche quando nacquero i social era tutto molto bello.
Le distanze erano colmate. Le informazioni sempre disponibili e qualsiasi istante della vita privata o aziendale si volesse condividere era possibile farlo. Informazioni, foto, video… Era tutto meraviglioso.
Poi ci siamo accorti che dietro e dentro questo meccanismo si nascondeva un inestimabile tesoretto a disposizione di chiunque volesse approfittarne.
Aziende, privati, enti. Tutti potevano entrare a far parte di quel mondo dorato e abbagliante.
Chi poteva guadagnarci?
Tutti.
La filiera è lunga… incredibilmente lunga.
Strumenti di guadagno per privati e aziende sono sbucati da ogni dove.
I motori di ricerca si sono accorti che esisteva, tra le varie, una grossa discriminante per suggerire un risultato piuttosto che un altro: gli annunci a pagamento.
Le testate giornalistiche si sono accorte che i loro giornali online potevano essere fonte di grandi guadagni se ospitavano pubblicità digitale.
I social si sono accorti che pubblicare un post gratuito poteva essere affiancato da una fonte di guadagno incalcolabile
I privati si sono accorti che potevano guadagnare da semplici video pubblicati in rete.
Sono nate nuove professioni
Le aziende hanno capito che per poter emergere dalla foresta di aziende che vogliono farsi vedere dovevano investire
E hanno riscontrato che investendo aumentavano il loro fatturato.
Chi lavora nel settore del marketing ne ha fatto una nuova professione
Chi lavora nel sviluppo dei software pure.
Le regole del giornalismo e della comunicazione in genere sono state stravolte.
La regola adesso è una sola: apertura della notizia e tempo di permanenza su ciò che leggi.
L’importanza della chiarezza della notizia è stata scavalcata dalle tempistiche di rimbalzo sulla pagina
Il titolo non deve far capire di cosa si tratta. Il titolo deve solo istigare ad aprire la notizia
Se la notizia non contiene veri e propri scoop, allora va bene anche un titolo di pura invenzione.
Così accanto al nome di un personaggio noto si legge “non ce l’ha fatta” lasciando intendere che è accaduto il peggio per poi scoprire che il non ce l’ha fatta era riferito al non aver superato l’indice di ascolto della sera precedente.
Oppure vengono volutamente tralasciati punti interrogativi in modo che un fatto auspicabile o probabile viene presentato come accaduto e quindi certo.
Oppure il titolo è esatto ma non viene volutamente specificato qualche particolare che solo poi leggendolo dentro la notizia fa assumere al tutto un significato molto diverso.
E il tutto allungato in un brodo dove si scopre che la notizia in se viene data in malapena due righe, mentre tutto il resto è contenuto riempitivo…
Perchè più tempo rimani sulla pagina più sarai sommersa di pubblicità
Più pubblicità puoi vedere e più aumentano le probabilità e l’ammontare delle entrate della testata giornalistica.
Per cui adesso il Chi, Cosa e Quando non devono arrivare subito…
Devono arrivare il più tardi possibile.
Così un titolo delle più rinomate testate giornalistiche online appare più o meno così:
“Dramma sul campo di calcio”
Le prime righe riportano una narrazione generica di cosa sia lo sport del calcio
Altre righe a seguire narrano la sintesi di alcune vicende accadute negli ultimi cento anni
Altre righe ci raccontano le premesse in cui il dramma poi si è concretizzato.
Poi finalmente si arriva alla notizia.
Un calciatore ha appreso mentre giocava una drammatica notizia.
Verso la fine dell’articolo si legge che il campo di calcio è quello di una squadra amatoriale di una provincia situata a nord della Cordigliera delle Ande
Il calciatore è una giovane promessa del calcio sudamericano
La notizia è la mancata ammissione al provino della nazionale minore del Perù.
Dopo questa notizia il calciatore ha sbagliato il rigore che poteva far vincere alla propria squadra il trofeo in palio
Nel frattempo chi legge ha dovuto scansare e chiudere 15 post pubblicitari, cinque video e una ventina di banner che entrano da ogni dove.
Qualche simbolo di chiusura di tutte le pubblicità è volutamente non chiaro e spesso non volendo dentro qualche pubblicità siamo riusciti ad entrarci.
Anche le ricerche non hanno subito catastrofi minori.
Lo scopo non è più quello di offrire un chiaro servizio che indirizza l’utente verso ciò che sta davvero cercando, ma quello di farlo andare su più pagine possibili.
Quindi se cercate un preciso servizio in una precisa zona geografica armatevi di pazienza perchè solo aprendo i diversi risultati ottenuti scoprirete che siete indirizzati su vari servizi (e magari manca giusto quello da voi cercato) in varie zone.
A voi il compito di districarvi nei vari meandri!
E cosa vogliamo dire della veridicità della notizia?
Anche per i media più autorevoli sembra che tale fattore non sia più importante di altri…
L’importante non è la notizia ma fare tempi di lettura, fare permanenze e far fare click.
La notizia, l’informazione, non sono più lo scopo ma sono diventate il mezzo.
Ma in tutto questo, la deontologia professionale che fine ha fatto?
Rosella Bartoli